Giorni difficili

il conducente guida protetto non solo dal vetro usuale, ma anche da una doppia fila di nastri, che lo proteggono, suppongo, dai viaggiatori quando l’autobus è pieno.

Questa è la luna piena di martedì sera, fotografata dal mio balcone. Dovrebbe essere più grande del normale, la supermoon del 7 aprile. Ma era già piuttosto tardi quando è spuntata tra i condomini, quando cioè ho potuto vederla. Era bella lo stesso.

Oggi è l’11 aprile, un mese oggi rientravo dal lavoro dopo dieci giorni di ferie. Sarei dovuta tornare due giorni prima da Gerusalemme: mesi fa, ad ottobre, avevo prenotato quel viaggio: una destinazione particolare, non avrei mai creduto di poterne fare una meta, forse non tanto di Gerusalemme, ma di Israele. Eppure. Avevo cominciato a guardare, su Netflix, una serie intitolata “Shtisel”, da lì un interesse per la comunità ebraica ortodossa. Poi cercavo un posto dove andare che fosse interessante ed economico. Ecco perché Gerusalemme. Poi man mano che il giorno della partenza si avvicinava, avevo cominciato a sentirmi un po’ vergognosa: insomma, stavo comunque per recarmi in uno stato dove vige l’apartheid. In ogni caso il destino sceglieva per me, o meglio, la realizzazione che il virus della malattia Covid-19 si stava diffondendo anche nel nord-Italia. Nel giro di una settimana, prima la Giordania e poi Israele bloccavano l’entrata nel Paese di tutti i viaggiatori non giordani e non israeliani. Il mio viaggio, programmato dal 2 al 9 marzo, veniva impedito. Forse, ad oggi non so, rinviato a data da destinarsi.

Per una settimana, dall’11 al 13 marzo mi recavo in ufficio, con l’obbligo di rimandare tutti i colloqui rimandabili, non strettamente necessari, e il 16 marzo mi veniva richiesto di lavorare da remoto, cosa che facevo i primi tre giorni della settimana. Prendevo poi un giorno di recupero ore il 19 marzo e il 20 marzo telefonavo al medico di base e chiedevo un giorno di malattia. Poi, per le successive tre settimane, cioè fino a ieri 10 aprile lavoravo continuativamente in modalità “agile”, a parte lunedì 6 aprile, in cui prendevo un giorno di ferie, per recuperare il lavoro che non ero riuscita a fare il venerdì 3 aprile, in cui non ero riuscita a combinare nulla.

Ci sono molti pensieri che vorrei esprimere in merito a questa situazione: 

  1. secondo me 

Punto e a capo, 2.

Scrivere è pensare. Pensare è scrivere. Sono molto d’accordo con un pezzo pubblicato su una delle newsletters (“doppio zero”) che seguo, dove si sottolinea il fatto che il pensiero ha i suoi tempi, e certamente l’immediatezza non è il tempo del pensiero. Le intuizioni possono essere veloci, lampi che esplodono in testa, e che a volte riesco ad afferrare. Poi però devo tornare su di esse, per elaborarle e trasformarle in pensieri.

Ora, certamente non penso che questa del Sara-Cov-2 sia una montatura. Ma la gestione della rappresentazione, e di conseguenza delle misure da adottare per ostacolarne la diffusione fra le persone più a rischio sono state – continuo a pensare – un grande, cosmico, errore. Cosmico perchè mondiale, la pandemia della stupidità del #iorestoacasa ha contagiato la magggioranza, che come sempre, mi vien da dire, ha eseguito gli ordini e ha passivamente chinato la testa di fronte alle misure adottate, senza discuterle, senza ribellarsi, e così siamo tutti rimasti a casa, benché senza capire bene perchè. Almeno: io non ho capito bene perchè.

Non ho capito perchè il posto dove lavoro ha chiuso a doppia mandata le porte: se non per consentire alle madri di rimanere a casa con i figli in età scolare. Lavorare nel pubblico impiego, almeno in certi comparti, vuol dire lavorare con centinaia di migliaia di madri che dovevano stare a casa a badare ai figlioletti a loro volta a casa da scuola. Erano a casa anche i padri, ma non sia mai che le madri si fidino della capacità d accudimento dei padri. Quindi tutti a casa, asserragliati dentro a doppia mandata. Ma io, senza figli in età scolare da accudire, perchè sono stata costretta a stare a casa. Perchè lavorare da remoto? Quando invece l’ufficio avrebbe potuto, e dovuto, rimanere aperto, con la possibilità di funzionare, se non a pieno regime, almeno a regime ridotto. Non ho capito, non capisco, nè mai capirò. Anzi: a dir la verità spero un giorno di capire. E spero, un giorno, di poter dire, ma guarda un po’, avevo proprio sbagliato.

Tutti a casa, tutti chiusi dentro casa: tutti con la paura nel cuore. Una paura irragionevole, irrazionale, paranoica e stupida. Una paura incomprensibile. E, come scrivevo poco sopra, così sia disperata sia sciocca, da vergognarsi, da vergognarsi di fare parte di questa umanità schiava e servile.

Buoni propositi

Ho cominciato tempo fa, forse tre settimane fa, scrivendo dei cosiddetti buoni propositi, e non perché si stava avvicinando il nuovo anno, o meglio, il fatto dell’avvicinarsi dell’anno nuovo è stato lo spunto iniziale, che poi ho ridefinito e limato: questa pagina di diario è stata finora, e probabilmente continuerà a essere per un pezzo, una continua bozza, che non voglio pubblicare fino a che non mi pare davvero completa.

Intanto, voglio mettere in chiaro che non sono dentro il pensiero dei “buoni propositi per l’anno nuovo“. Piuttosto: ho bisogno di pormi degli obiettivi verso cui puntare, provando e riprovando a farlo nonostante gli inevitabili fallimenti, qualora dovessero esserci. E’ tempo per me di ritrovare un rapporto con la “norma” interiore, e il motivo è che se non lo faccio, sento che la mia vita andrà sgretolandosi piano piano, e piano piano diventerà un nulla fatto di autocommiserazione, e disprezzo per me stessa. Tutte cose che non vanno bene.

IL PRIMO PROPOSITO: non salterò mai più una classe di yoga a meno che cause di vera forza maggiore non mi costringano a farlo.

Intanto un aggiornamento sul primo proposito: sta andando bene. Da quando ho preso la decisione, sono sempre andata a lezione.

IL SECONDO PROPOSITO: questo secondo proposito riguarda l’alimentazione. Ci ho pensato tanto, perché non mi sento prontissima. Ma devo incominciare. Cosa significa? Significa che devo perdere circa una decina di chili, più o meno, e per farlo devo controllare quanto e come mangio e bevo. Forse la domanda che viene spontanea è: perché? sei forse così sovrappeso da avere dei problemi di salute? No. Però sento che peso troppo per la mia capacità di muovermi con l’agilità necessaria. Certo, è vero: ho avuto in passato problemi legati all’alimentazione: in adolescenza, e a volte anche in età adulta: ho sofferto di binge eating. Non sono anoressica, né bulimica. A volte sono arrivata a perdere molto peso, soprattutto intorno ai trenta e poi ai quaranta anni. Per una persona della mia altezza e della mia corporatura, 1 metro e 63 centimetri, con una corporatura nella norma, arrivare a pesare 49 chili vuol dire essere eccessivamente magra, con le conseguenza del caso, come per esempio la sparizione del ciclo mestruale. Gradualmente questa condizione di magrezza eccessiva è sempre comunque sparita, per assestarsi su un peso più nella norma, tipo 54/55 chili. Adesso però per un motivo o per l’altro, ho raggiunto quasi i ? chili. Parte di questo cambiamento è sicuramente dovuto all’età, alla premenopausa, o alla menopausa vera e propria, piuttosto che all’assunzione di metadone, però c’è anche l’eccessiva assunzione di cibo e il bere alcol, non in modo smodato, ma certamente quotidianamente. Inoltre, talvolta, sono soggetta ancora ad attacchi di binge eating, che significa che compro molto cibo (spesso dolci o formaggi), e ne mangio in quantità eccessiva. Ora, la mia età, le mie condizioni fisiche, il mio stato di salute mentale, sconsigliano questo: è davvero necessario che io cominci a mangiare in modo salutare e moderato, con un occhio alla bilancia, senza però farne un’ossessione. Non voglio, né sarebbe una buona cosa, pesare 49 chili: ma tornare a pesare 54/55 chili sì. Questo, per quel che mi riguarda, significa mangiare meno e meglio, senza però soffrire o affamarmi. Ne ho bisogno: sia per una questione di salute fisica, ma anche per il mio benessere mentale.

una giornata sconclusionata

Tipica giornata in cui succedono cose, che non sembrano essere connesse tra loro. Mi sveglio di umore difficile, un po’ perché è lunedì, un po’ perché le giornate sembrano spesso inconcludenti e mi spaventa perdermi, in queste giornate così sfilacciate. Ma in ogni caso riesco a farmi il caffè, a lavarmi e vestirmi e a uscire di casa. Destinazione, Ser.T. In realtà sarei dovuta andare giovedì, ma questa terapia me la sto molto autogestendo. E quel che è peggio, senza un vero e proprio metodo. Vorrei cominciare a dare un metodo a questa mia assunzione: in teoria sarei a 10 ml, o 50 mg. Invece potrei tranquillamente stabilizzarmi a 6 ml, cioè 30 mg, al giorno. Quando sarò pronta, comincerò a scalare sul serio. Cioè, alla luce del sole. Perchè poi l’idea è scalare, scalare, scalare: e chiudere. Intanto comunque con la cocaina va meglio. Spero, davvero spero, di riuscire a chiudere con la cocaina. Basta. E’ buona, fa stare bene, ci sono una serie di rituali legati alla sua assunzione che mi piacciono. E non si pensi a nulla di scriteriato: non ci sono siringhe, né cocaina fumata, è tutto molto “normale”. La cocaina la sniffo: in quantità abbastanza minime, anche se per quanto mi riguarda, affaticano le mie finanze … Insomma, un grammo lo pago 80 euro in fondo, e mezzo grammo 40, e a volte prendo 50 euro: e non va bene.

Parole in libertà

Oggi ci sono ottime ragioni per cui scrivere potrebbe in qualche modo aiutarmi a sopravvivere. Sono molto triste. Sono così triste che non riesco a neanche a descrivere a soffermarmi sulla mia tristezza. Sono triste perchè Paolo mi ha lasciata, e questa volta fa sul serio. le sue parole sono che ne parleremo, ma che non ha senso, per lui, stare insieme in questo modo, perchè siamo in continuo conflitto, litighiamo sempre o comunque spesso, e lui non vuole vivere una relazione a queste condizioni. Io quel che vedo è che per lavoro lascia da soli i suoi due figli per giorni. Per me non lo ha fatto mai. Neanche un fine settimana al mese, o ogni quindici giorni. E’ stato con me solo quando i suoi figli sono andati via. Quello che ho visto che la scorsa settimana, che per me è stata tanto difficile e lui non c’era, non è riuscito a capire il mio malessere, la mia delusione, la mia stanchezza del lavoro. Ha fatto fatica ad ascoltarmi, e non mi ha concesso neanche un poco di tempo in più. Solo giovedì sera è venuto da me dopo yoga, e non è rimasto a dormire. La serata è andata così così, poi venerdì non ci siamo visti e sentiti poco, e poi sabato siamo partiti. E in questo sabato e domenica trascorsi a Padova mi ha detto che ero una persona a cui non piaceva nessuno, e ha passato il tempo a criticarmi, a parlare d’altro, a non parlare con me, a respingermi. Freddo, distante, svalutante. Senza una preoccupazione per me: come se non gli importasse di provare a fare qualcosa per accogliermi.

Poi domenica sera mi sono comportata stupidamente, lui si è fermato a salutare Ruggero e io ho tirato dritto. A sua volta, visto che io mi ero fermata fuori dalla stazione a fumare, lui ha tirato dritto. Poi mi ha aspettata a Cadorna (metropolitana linea verde a Milano) e mi ha detto: “ti ho aspettata per dirtelo, non volevo scriverti, non voglio che ci vediamo per un po’” e se ne è andato. Ieri gli ho scritto, l’ho implorato, mi sono scusata, gli ho chiesto di perdonarmi: ieri sera mi ha chiamata, ma non mi ha veramente parlato. Ho sentito che non aveva voglia di parlarmi. E poi questa mattina ho capito. Ho capito che vuole lasciarmi. Vuole chiudere. Il nostro rapporto per lui è finito. Gli ho scritto per favore di non lasciarmi, e lui mi ha risposto che ne parleremo, ma non ora. Vuole del tempo, e comunque lui non vuole stare insieme in questo modo. Da l’ì, basta. Gli ho risposto che andava bene, che avevo capito. E ho capito. Lui vuole che io cambi, ma non è disposto a cambiare. Utilizza il rapporto con sua moglie come termine di paragone: avendo rinunciato a tutto per lei, non vuole rinunciare più a nulla per nessun altro.

Quello che non capisco tanto è la sua posizione così dura nei miei confronti. La mia infelicità sul lavoro, o quanto meno il parlarne, lo irrita. Sono per lui un’asociale, arrogante e pretenziosa. Mi ha fatto l’elenco delle persone che non mi piacciono: Laura, Daniele, i loro amici, Alessandra, le mie colleghe. Mi ha rimproverato il fatto che a lui avrebbe fatto piacere vedermi insieme ad Alessandra, ma non ha mia osato propormi niente perchè lei a me non piace. Questo, mi chiedo, dove l’ha tirato fuori? Quando mai gli ho detto che Alessandra non mi piace o che non avrei piacere a vederla insieme a lui? Poi certo, Laura non mi piace particolarmente, da un certo punto di vista mi sento più a mio agio con Daniele. E poi Ettore: e qui mi ha fatto una mezza scenata di gelosia.

Io so che cosa c’è: non vuole separarsi, Non vuole fare la separazione legale. E poi perchè tutta questa animosità? Davvero: ho sentito una freddezza, una volontà di mettere distanza che avrebbe approfittato di qualsiasi cosa, qualsiasi appiglio. E’ un vigliacco. E è molto attaccato alla ricchezza in cui fino ad ora ha vissuto. E non vuole scontrarsi con sua moglie su questo. Non credo tronerebbe insieme a lei, ma rinuncerebbe a separarsi. Ecco. Questa è la ragione, per cui non acccetta di mettersi in discussione per nulla, rispetto a nulla. E’ sempre colpa mia. Oppure è colpa del fatto che siamo diversi.

Qualcosa è successo nel mio minuscolo blog world (mi si perdoni l’anglicismo, ma non resisto)

Sì, proprio qualcosa di cui avevo sentito parlare, ma che non mi era nè mai capitato: ho cercato in tutta buona fede di esprimere un’opinione in merito a una questione, e sono stata verbalmente attaccata con parole sarcastiche e cattive. La stessa cattiveria di chi suona il clacson se non sei partita un decimo di secondo prima dello scatto del verde; la stessa cattiveria di chi al riparo da ogni riconoscimento ti sputa addosso un gestaccio.

Questo è successo mentre rispondevo a una considerazione espressa da un persona che, come me, utilizza questa piattaforma per pubblicare il suo blog.

A questa persona, che tutto sommato si è rivolta me con toni accettabili, benchè avessimo opinioni discordanti – il che non è affatto un problema – si è unita un’altra persona che, in modo veemente, ha ribattuto attaccandomi, utilizzando sarcasmo tagliente, e francamente onanistico, visto che era fine a se stesso, cattivo, e evidentemente faceva provare piacere alla persona che scriveva.

Ferragosto e dopo

ok ok scrivo. scrivo in rosso su campo grigio così mi diverto di più. Dunque: a ferragosto parto sola per nota località ligure, per fortuna la mia abitazione rimane ben sopra il paese, che – nonostante possegga a tratti anche una vaga grazia, case di mare, ville d’epoca, stretti vicoli (che vicoli non si chiamano, hanno un loro prezioso e personalissimo nome) che scendono come rivoli nella stretta strada principale dal nome noto – è comunque un puttanaio. Puttanaio non per l’affollamento (che pure non manca), puttanaio per i negozi chic dai prezzi choc (che, pure, non mancano), puttanaio per vocazione, puttanaio senza cortesia, puttanaio perché grossolano e ridondante, puttanaio come la Silicon Valley, come le start up e le start down, puttanaio perché senza senso e senza piacere. Al di là che uso questa parola senza offesa per nessuno. Lo so, non andrebbe detto, pare cosa d’altri tempi: ma io sono d’altri tempi, e mi schermisco, ancora, e chiedo scusa, ancora.

Il giorno dopo ferragosto, il 16, venerdì, mezza intontita e mezzo incocainata, e mezzo benzodiazepinata, mi avventuro al mare. Vado a bere una birra al bar, che è cambiato, non è più quello, ora ha ambizioni da chiringhito, e mal gli stanno. E mi addormento mentre sto bevendo la birra: noi drogati. Il mare, dove nonostante tutto riesco a scivolare e nuotare, è caldo.

Poi arriva il sabato. Ecco: sabato 17 non esco di casa. Non riesco. Non rispondo al telefono, non riesco. Sono come una balena spiaggiata. Non più incoccata, non più benzodiazepinata, definitivamente sobria: non mi muovo. Ma poi domenica e lunedì riprendo il solito ritmo: mi sveglio, pigra non mi muovo se non verso mezzogiorno, ma poi scendo al mare, che vuole dire passeggiare fino alla nota località ligure, prendere il pullman per la spiaggia libera dove vado di solito, nuotare, leggere, insomma, fare le cose che si fanno quando ci si vuole impigrire sotto un ombrellone, in una spiaggia non così affollata da gridare “aiuto portatemi via”.

E adesso siamo a martedì: martedì oggi, martedì 20 agosto: prese diverse decisioni, come partire domani e tornare a casa, ma dare un senso a questa giornata andando a fare una gita a queste famose grotte. Consiglio le grotte: sarebbe bello vederle per due volte di seguito, in realtà, perché sono una meraviglia.

Agosto 2019

la prima parte delle vacanze

Ho aspettato queste vacanze come una persona assetata e accaldata e a cui l’acqua non è immediatamente accessibile. Ho contato i giorni, e finalmente il 1° agosto è arrivato e siamo partiti. Diretti vicino a Viterbo, in quella parte dell’alto Lazio che confina con la Toscana e l’Umbria, la Tuscia viterbese. Viterbo stessa, Bolsena e il lago omonimo, Orvieto a 20 chilometri, piccoli paesi medievali costruiti in cima a poggi, il Tevere che scende verso Roma. Terra anticamente di Etruschi, poi di Romani, e poi delle ricche famiglie romane con i loro palazzi e i loro papi. Il lago di Bolsena è il lago vulcanico più antico di Europa, non distante il lago di Vico. I monti Cimini, una campagna fertile, dove ormai si coltivano soprattutto olivi, noccioli e vite nella zona di Montefiascone. Ma la traccia della campagna rimane, e qualche campo di grano, di granturco e di girasoli resiste. A parte i monti Cimini, a pochi chilometri di distanza, la campagna ondeggia con larghe colline, e basse. Boschi, boschi ovunque. Si imbocca facilmente la SR 2, ovvero la via Cassia, e la via Francigena era e esce di scena: se la si cerca, la si trova. Bolsena, per esempio, è decisamente una tappa: ed è piena di luoghi per i pellegrini.

Ok, basta il tono da guida turistica. Noi siamo arrivati giovedì 1° agosto, e siamo ripartiti per Milano domenica 11. Per 9 giorni ci siamo organizzati giorno per giorno, e ogni giorno abbiamo trovato qualcosa di nuovo e diverso da realizzare: su due giorni – uno poi uno di riposo al lago e poi uno – di passeggiata: una sola passeggiata che abbiamo diviso in due, perché quando siamo partiti la prima volta, poi ci siamo persi, e abbiamo dovuto rinunciare e tornare indietro. Però non ci siamo dati per vinti: e dopo un giorno di riposo, siamo ritornati sullo stesso sentiero, ma riprendendolo dalla parte opposta: così abbiamo potuto visitare le abitazioni ipogee, e le tombe di un cimitero etrusco, o forse più antico. Durante entrambe le passeggiate, abbiamo sofferto grandemente il caldo e soprattutto la sete.

Poi i laghi: due volte ci siamo accostati a quello di Bolsena, e in una di queste abbiamo fatto il bagno in un paese di fronte a Bolsena; la seconda volta, non era possibile fare il bagno nel lago: c’era molto vento. Ci siamo accontentati di visitare la cittadina graziosissima, e il museo (etrusco?), e di litigare come due gatti impazziti, tanto che di sera non abbiamo cenato e non abbiamo condiviso il letto.

E’ stata una bella vacanza. Non un viaggio, non proprio un viaggio, ma tante parole, qualche scoperta, tante cose nuove viste, alcune cene al ristorante (la sagra della bufala, due cene al Quadrifoglio), cene a casa cucinate con buon gusto, tante birre come aperitivo e vino fresco. A casa, addirittura, una sera una bottiglia di Ferrari, e un’altra una bottiglia di champagne (di cui non ricordo il nome). Sorrisi in abbondanza: ho potuto vederlo sorridere tanto. Anche risate, talvolta: risate, vere. Un telefono cellulare perso e poi ritrovato, il centro commerciale, la spesa sostenuta. Due capi di vestiario acquistati a Orvieto? a Bolsena?: io un vestitino blu di lino scelto da lui, lui una camicia pure di lino, che gli sta benissimo. Acquisto suo? mio? non ricordo: ma eravamo insieme. Lunghe chiacchierate di vita intima, personale: suo fratello, la sua ex-moglie, i suoi figli. Io meno: è lui che comanda, anche se magari sono io che chiedo, che rimango sul punto.

Ha potuto leggere il suo romanzo, e lo ha praticamente finito. Ha potuto suonare la chitarra. Ha potuto alzarsi presto e leggere i giornali. Ha potuto avermi ogni giorno. Credo che ogni giorno (a parte forse un giorno) lui abbia fatto l’amore e abbia avuto un orgasmo. Ogni giorno dei nove giorni trascorsi insieme. E io ogni giorno ho potuto addormentarmi con lui accanto. Ho potuto sdraiarmi nel letto e sentire il. suo respiro nel sonno. Ho potuto alzare gli occhi sempre e trovarmelo davanti, allungare la mano e toccarlo, prendere la sua mano e carezzarla, con un dito carezzare le sue sopracciglia, toccare le sue guance e accarezzare quel poco di barba. Guardare i suoi occhi dalle pupille piccolissime nella luce, quindi straordinariamente pieni di colore, miele, verde scuro che era verso il marrone, occhi talvolta dorati, quasi trasparenti.

Questa è stata la prima parte della mia vacanza. Come è stata, come me la sono immaginata. Qui tutto un po’ si mischia, l’idea è che prima o poi qualcosa succeda. Ora pubblico, la prima parte. E’ in fieri la seconda.

Le riunioni del Servizio Sociale: un sentiero stretto stretto, e privo di contenuti legati all’agire professionale.

questa immagine l’ho scelta per caso, ma poi ecco: alla fine si è rivelata efficace. Un sentiero vuoto, ma che non è detto non porti da nessuna parte.

Scriverò oggi del posto in cui lavoro, un servizio tutela minori, che si occupa dei minori e delle loro famiglie, che sono oggetto di un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria. Si trova in una grande città, e io ci lavoro da 7 anni quasi. In questi 7 anni ho imparato parecchie cose, ma non particolarmente positive.

Innanzitutto ho imparato a dubitare di me stessa e a perdere quella fiducia e quell’amore per il mio lavoro che avevo maturato nei precedenti 17 anni.

Le riunioni di équipe

Ho imparato che le riunioni di équipe non erano un luogo dove si discuteva di quello che stava succedendo durante il lavoro quotidiano, di come si stavano evolvendo le situazioni e dove era possibile confrontarsi su come agire, su quali decisioni prendere e anche esprimere il senso di stanchezza o di delusione o di speranza che si poteva provare. Le riunioni erano cazzeggio e pettegolezzo, peraltro riguardante per la massima parte persone di cui io non avevo mai sentito parlare. Nessuna domanda: da dove vieni, qual’è la tua storia. Ero lì, fortunata per essere lì, e dovevo ringraziare il creatore per esservi approdata. Queste riunioni avvenivano in un ufficio di medie dimensioni, che durante le riunioni ospitava una decina di assistenti sociali, con un paio di scrivanie e scaffali come arredo, senza un preciso orario di inizio e di fine, senza che la coordinatrice si occupasse di coordinarle, dando e togliendo la parola, restituendo quello che man mano veniva detto, riprendendo i punti salienti, aiutando il gruppo a raggiungere una posizione condivisa. La coordinatrice, senza nessun criterio davvero discernibile, bombardava i membri del gruppo di informazioni che venivano dall’alto: da domani c’è questo modulo, fra tre mesi verrà implementata (forse) questa modalità di lavoro, è cambiato il direttore tal dei tali che adesso è andato a fare il dirigente in un altro posto. La direzione chiede che si faccia questo e quest’altro, che venga usato queso modulo invece di questo. Spesso arrivavano torte, pasticcini, biscotti, patatine. Spesso molte usavano il cellulare per farsi i cazzi propri. Si rideva molto, si parlava di “la mia mamma, tal dei tali” oppure “il mio bambino tal dei tali”

Poi arrivava il momento della posta: allora la “donna della posta” cominciava: è arrivato il tal provvedimento, dice questo e questo, che si fa? lista di attesa, il più delle volte., a volte una richiesta urgente di preso in carico perché dopo pochi mesi il Tribunale chiede relazione. Poi più o meno tutto finiva, ci si salutava e ognuno tornava al proprio lavoro.

Quello che voglio dire è che a me non parevano vere e proprie riunioni. Non c’era tempo per spiegare la situazione. Non c’era tempo per descrivere quello che stava succedendo in quel momento. Le colleghe erano al massimo disposte a rispondere a una domanda: sta succedendo questo, cosa devo fare? e allora arrivavano le risposte … Ma arrivavano le risposte? Per esempio, non riesco a instaurare un rapporto con questa signora, madre du questi ragazzini, cosa devo fare? una domanda del genere non veniva accolta. Al massimo si poteva chiedere, sto cercando una comunità mamma – bambino: a chi chiedo?

Molta disapprovazione: non dare il cellulare agli utenti, non si fa.

In breve tempo mi sono trovata a lavorare assolutamente da sola. Ero entrata nel modo di fare del servizio, ognuno con i suoi casi, con le collaborazioni con psicologhe dei Consultori, o con i neuropsichiatri e le psicologhe delle varie UONPIA, gli educatori o le educatrici delle ADM. Quelle erano le èquipes che lavorano sulle situazione e quelle o quelli eranogli operatori con cui era (è) legittimo confrontarsi, progettare, prendere decisioni,

Il Servizio è un’altra cosa. Lo era allora, e lo è ora, da qualche anno a questa parte, quando, 4 anni fa è stata implementata la riorganizzazione,

Allora forse ho sbagliato proprio tutto. Ho chiesto a chi non dovevo chiedere, ho pensato che essere un servizio sociale fosse poter lavorare insieme anche a quel livello. Invece ho sbagliato. Certo, un consiglio lo si può sempre chiedere, come fanno alcune delle colleghe giovani che pongono quesiti su alcuni dubbi che nutrono, ma circoscrivendoli, non pretendendo di condividere. La vera équipe è quella che, man mano, si forma intorno a una situazione: l’assistente sociale, la psicologhe o le psicologhe, le educatrici e gli educatori, la scuola, gli operatori di altri servizi, come gli educatori delle compitò, o la neuropsichiatria, o le psicologhe private.

E’ difficile

Già, è difficile. Apri Fb: questa pubblica che è in Vietnam a fare le vacanze in uno dei Paesi più belli del mondo, quest’altro il discorso di commemorazione per l’amico non si capisce se tossicodipendente o no, ma comunque morto a Rogoredo e parla della passione per gli ultimi e per la rivoluzione e pubblica la foto del suo matrimonio con Don Gallo seduto lì accanto. Quest’altra è a un matrimonio di due giovani nigeriani e balla tutta la domenica mattina dopo una prima timida reticenza. L’altra saluta l’amico deceduto con parole nobili. Un altro si fa fotografare mentre contempla il monte Rosa o Bianco o quale altra catena montuosa, solo nel sole, preso di spalle che contempla con zaino e scarponi la montagna. Quell’altra commemora Genova 2001 e descrive la pena di quando si toglieva il gas lacrimogeno attaccato addosso.

Apri Instagram: foto di giovani neanche ventenni che con le labbra a broncio e la posizione che fa risaltare la snella corporatura trascorrono vacanze a Ibiza o Formentera o chissà dove.

Poi c’è Twitter: da GiPi che non tace un giorno, alle stupidate più assure sui chocopops che non sanno di cioccolato. E commenti commenti commenti sul sindaco di Londra che vuole mettere la rete 4g così si potrà parlare al cellulare anche sotto la metropolitana e decine di commuters che si lamentano e dicono no, meglio l’air conditiong perché sulla Central line si muore dal caldo.

E in ufficio la collega non ti degna di uno sguardo, blocca la fotocopiatrice e manco si ferma a vedere che cosa è successo, firma tutta piena di sicumera le sue relazioni e sparisce dietro la porta. E intanto la fotocopiatrice è bloccata. Ma a lei non frega niente. E io devo mandare giù il commento sarcastico che mi viene da dirle quando scrive sulla chat che poverina ha perso il treno e che lunedì di merda.

Che palle.

Penso che diserterò i social per un po’. E whatsapp solo per ragioni strettamente di lavoro. Niente più fb, instagram, twitter. Non ho più voglia di leggere di vacanze in meravigliosi Paesi che non vedrò mai, o vacanze che non farò mai più per il momento e poi comunque sono troppo vecchia, e smetterò di guardare fotografie di montagne o splendide spiagge o valli meravigliose o discorsi così di sinistra che danno persino fastidio quando poi sai che quelle precise persone ti ascoltano con un orecchio e con l’altro pensano ai cazzi loro e che cosa voglia dire ascoltare non lo sanno per niente. Nonostante parlino ai convegni dell’importanza dell’ “ascolto” …

Devo dire che la mia collega C. mi sta parecchio sulle palle. Non capisco precisamente perché. Ma sarà perché è figlia di un poliziotto e gemella? o perché si crede chissà chi? Non so. Un’altra di queste che mi sta sui coglioni. Problema mio, certo, problema mio. Ma c’è quel modo di non guardare, di non parlare, di pensare che si è tanto tanto fighe…. che mi irrita proprio tanto. Comuque: questo un proposito per il prossimo anno e quelli a venire: orario di lavoro assolutamente osservato rigidamente. Se si fanno ore in più, recuperate entro il mese. Basta. Ho i coglioni girati ma girati ma girati.

A D. non ho voglia di rispondere. Nè lo farò. Che si tenga la sua curiosità sugli ex, come li ha chiamati lui. Non ho tempo né voglia di rispondere. Mi rompo i coglioni su questa mania di parlare del tempo. Il pianeta è rovinato, il clima è cambiato: bisogna rassegnarsi, Adesso fino a novembre andremo avanti così, con temperature a cui noi del ventesimo secolo non eravamo stati abituati, eppure farà caldo, caldo. Poi farà un freddo medio fino a giugno e poi da luglio in poi ci saranno 40 o 50 o lo sa il cazzo quanti gradi fino a ottobre.

E’ vero: sono stanca. Sono stanca dell’arroganza, sono gelosa delle avventure altrui, ho nostalgia per la vita che non ho vissuto. Tutto quello che ho scritto è uno sfogo: uno sfogo alla Herzog (personaggio del romanzo di Saul Bellow). Un grande romanzo, Roberto, (Roberto Vacchini, che segui il mio blog, cioè, sembra che, ma dubito che tu legga tutte questi sproloqui, ma ti taggo, così non hai speranza).