Giorni difficili

il conducente guida protetto non solo dal vetro usuale, ma anche da una doppia fila di nastri, che lo proteggono, suppongo, dai viaggiatori quando l’autobus è pieno.

Questa è la luna piena di martedì sera, fotografata dal mio balcone. Dovrebbe essere più grande del normale, la supermoon del 7 aprile. Ma era già piuttosto tardi quando è spuntata tra i condomini, quando cioè ho potuto vederla. Era bella lo stesso.

Oggi è l’11 aprile, un mese oggi rientravo dal lavoro dopo dieci giorni di ferie. Sarei dovuta tornare due giorni prima da Gerusalemme: mesi fa, ad ottobre, avevo prenotato quel viaggio: una destinazione particolare, non avrei mai creduto di poterne fare una meta, forse non tanto di Gerusalemme, ma di Israele. Eppure. Avevo cominciato a guardare, su Netflix, una serie intitolata “Shtisel”, da lì un interesse per la comunità ebraica ortodossa. Poi cercavo un posto dove andare che fosse interessante ed economico. Ecco perché Gerusalemme. Poi man mano che il giorno della partenza si avvicinava, avevo cominciato a sentirmi un po’ vergognosa: insomma, stavo comunque per recarmi in uno stato dove vige l’apartheid. In ogni caso il destino sceglieva per me, o meglio, la realizzazione che il virus della malattia Covid-19 si stava diffondendo anche nel nord-Italia. Nel giro di una settimana, prima la Giordania e poi Israele bloccavano l’entrata nel Paese di tutti i viaggiatori non giordani e non israeliani. Il mio viaggio, programmato dal 2 al 9 marzo, veniva impedito. Forse, ad oggi non so, rinviato a data da destinarsi.

Per una settimana, dall’11 al 13 marzo mi recavo in ufficio, con l’obbligo di rimandare tutti i colloqui rimandabili, non strettamente necessari, e il 16 marzo mi veniva richiesto di lavorare da remoto, cosa che facevo i primi tre giorni della settimana. Prendevo poi un giorno di recupero ore il 19 marzo e il 20 marzo telefonavo al medico di base e chiedevo un giorno di malattia. Poi, per le successive tre settimane, cioè fino a ieri 10 aprile lavoravo continuativamente in modalità “agile”, a parte lunedì 6 aprile, in cui prendevo un giorno di ferie, per recuperare il lavoro che non ero riuscita a fare il venerdì 3 aprile, in cui non ero riuscita a combinare nulla.

Ci sono molti pensieri che vorrei esprimere in merito a questa situazione: 

  1. secondo me 

Punto e a capo, 2.

Scrivere è pensare. Pensare è scrivere. Sono molto d’accordo con un pezzo pubblicato su una delle newsletters (“doppio zero”) che seguo, dove si sottolinea il fatto che il pensiero ha i suoi tempi, e certamente l’immediatezza non è il tempo del pensiero. Le intuizioni possono essere veloci, lampi che esplodono in testa, e che a volte riesco ad afferrare. Poi però devo tornare su di esse, per elaborarle e trasformarle in pensieri.

Ora, certamente non penso che questa del Sara-Cov-2 sia una montatura. Ma la gestione della rappresentazione, e di conseguenza delle misure da adottare per ostacolarne la diffusione fra le persone più a rischio sono state – continuo a pensare – un grande, cosmico, errore. Cosmico perchè mondiale, la pandemia della stupidità del #iorestoacasa ha contagiato la magggioranza, che come sempre, mi vien da dire, ha eseguito gli ordini e ha passivamente chinato la testa di fronte alle misure adottate, senza discuterle, senza ribellarsi, e così siamo tutti rimasti a casa, benché senza capire bene perchè. Almeno: io non ho capito bene perchè.

Non ho capito perchè il posto dove lavoro ha chiuso a doppia mandata le porte: se non per consentire alle madri di rimanere a casa con i figli in età scolare. Lavorare nel pubblico impiego, almeno in certi comparti, vuol dire lavorare con centinaia di migliaia di madri che dovevano stare a casa a badare ai figlioletti a loro volta a casa da scuola. Erano a casa anche i padri, ma non sia mai che le madri si fidino della capacità d accudimento dei padri. Quindi tutti a casa, asserragliati dentro a doppia mandata. Ma io, senza figli in età scolare da accudire, perchè sono stata costretta a stare a casa. Perchè lavorare da remoto? Quando invece l’ufficio avrebbe potuto, e dovuto, rimanere aperto, con la possibilità di funzionare, se non a pieno regime, almeno a regime ridotto. Non ho capito, non capisco, nè mai capirò. Anzi: a dir la verità spero un giorno di capire. E spero, un giorno, di poter dire, ma guarda un po’, avevo proprio sbagliato.

Tutti a casa, tutti chiusi dentro casa: tutti con la paura nel cuore. Una paura irragionevole, irrazionale, paranoica e stupida. Una paura incomprensibile. E, come scrivevo poco sopra, così sia disperata sia sciocca, da vergognarsi, da vergognarsi di fare parte di questa umanità schiava e servile.

Buoni propositi

Ho cominciato tempo fa, forse tre settimane fa, scrivendo dei cosiddetti buoni propositi, e non perché si stava avvicinando il nuovo anno, o meglio, il fatto dell’avvicinarsi dell’anno nuovo è stato lo spunto iniziale, che poi ho ridefinito e limato: questa pagina di diario è stata finora, e probabilmente continuerà a essere per un pezzo, una continua bozza, che non voglio pubblicare fino a che non mi pare davvero completa.

Intanto, voglio mettere in chiaro che non sono dentro il pensiero dei “buoni propositi per l’anno nuovo“. Piuttosto: ho bisogno di pormi degli obiettivi verso cui puntare, provando e riprovando a farlo nonostante gli inevitabili fallimenti, qualora dovessero esserci. E’ tempo per me di ritrovare un rapporto con la “norma” interiore, e il motivo è che se non lo faccio, sento che la mia vita andrà sgretolandosi piano piano, e piano piano diventerà un nulla fatto di autocommiserazione, e disprezzo per me stessa. Tutte cose che non vanno bene.

IL PRIMO PROPOSITO: non salterò mai più una classe di yoga a meno che cause di vera forza maggiore non mi costringano a farlo.

Intanto un aggiornamento sul primo proposito: sta andando bene. Da quando ho preso la decisione, sono sempre andata a lezione.

IL SECONDO PROPOSITO: questo secondo proposito riguarda l’alimentazione. Ci ho pensato tanto, perché non mi sento prontissima. Ma devo incominciare. Cosa significa? Significa che devo perdere circa una decina di chili, più o meno, e per farlo devo controllare quanto e come mangio e bevo. Forse la domanda che viene spontanea è: perché? sei forse così sovrappeso da avere dei problemi di salute? No. Però sento che peso troppo per la mia capacità di muovermi con l’agilità necessaria. Certo, è vero: ho avuto in passato problemi legati all’alimentazione: in adolescenza, e a volte anche in età adulta: ho sofferto di binge eating. Non sono anoressica, né bulimica. A volte sono arrivata a perdere molto peso, soprattutto intorno ai trenta e poi ai quaranta anni. Per una persona della mia altezza e della mia corporatura, 1 metro e 63 centimetri, con una corporatura nella norma, arrivare a pesare 49 chili vuol dire essere eccessivamente magra, con le conseguenza del caso, come per esempio la sparizione del ciclo mestruale. Gradualmente questa condizione di magrezza eccessiva è sempre comunque sparita, per assestarsi su un peso più nella norma, tipo 54/55 chili. Adesso però per un motivo o per l’altro, ho raggiunto quasi i ? chili. Parte di questo cambiamento è sicuramente dovuto all’età, alla premenopausa, o alla menopausa vera e propria, piuttosto che all’assunzione di metadone, però c’è anche l’eccessiva assunzione di cibo e il bere alcol, non in modo smodato, ma certamente quotidianamente. Inoltre, talvolta, sono soggetta ancora ad attacchi di binge eating, che significa che compro molto cibo (spesso dolci o formaggi), e ne mangio in quantità eccessiva. Ora, la mia età, le mie condizioni fisiche, il mio stato di salute mentale, sconsigliano questo: è davvero necessario che io cominci a mangiare in modo salutare e moderato, con un occhio alla bilancia, senza però farne un’ossessione. Non voglio, né sarebbe una buona cosa, pesare 49 chili: ma tornare a pesare 54/55 chili sì. Questo, per quel che mi riguarda, significa mangiare meno e meglio, senza però soffrire o affamarmi. Ne ho bisogno: sia per una questione di salute fisica, ma anche per il mio benessere mentale.

delicatezza – continua

Opportuno questo sfondo nero. nero come il mio umore. vorrei scrivergli, ma qualcosa mi impedisce di farlo. E quel qualcosa è che sono stanca di essere presa in giro.

la delicatezza che lui dice di voler mostrare nei confronti della sua (ex) moglie, dei suoi figli: perché non ne mostra alcuna nei miei confronti? io sono quella che deve sempre capire, io sono quella che non può fare richieste, io sono quella che non può prendersela se le richieste non vengono accolte. Io, in poche parole, esisto poco.

Allora se io chiedo “dormi con me domenica”, la risposta è “no”. Se io aspetto che arrivi presto domenica mattina, per infilarsi con me sotto le coperte, a mezzogiorno e mezzo lui è ancora a casa. E fa pure finta di non essersi accorto del tempo che passava.

Ma allora dov’è l’amore che dice di provare?

se domenica, prima di mangiare, lui cerca di fare l’amore con me, io mi sottraggo, perché il suo umore cambia? e perché nega, e non ammette che ci è rimasto male? e non fa altro che fare battute anche un po’ cattive per poi sorridere e dire, “ma stavo scherzando”… E perché non mi chiede nulla? perché non mi chiede, io come sto? io come mi sento?

una giornata sconclusionata

Tipica giornata in cui succedono cose, che non sembrano essere connesse tra loro. Mi sveglio di umore difficile, un po’ perché è lunedì, un po’ perché le giornate sembrano spesso inconcludenti e mi spaventa perdermi, in queste giornate così sfilacciate. Ma in ogni caso riesco a farmi il caffè, a lavarmi e vestirmi e a uscire di casa. Destinazione, Ser.T. In realtà sarei dovuta andare giovedì, ma questa terapia me la sto molto autogestendo. E quel che è peggio, senza un vero e proprio metodo. Vorrei cominciare a dare un metodo a questa mia assunzione: in teoria sarei a 10 ml, o 50 mg. Invece potrei tranquillamente stabilizzarmi a 6 ml, cioè 30 mg, al giorno. Quando sarò pronta, comincerò a scalare sul serio. Cioè, alla luce del sole. Perchè poi l’idea è scalare, scalare, scalare: e chiudere. Intanto comunque con la cocaina va meglio. Spero, davvero spero, di riuscire a chiudere con la cocaina. Basta. E’ buona, fa stare bene, ci sono una serie di rituali legati alla sua assunzione che mi piacciono. E non si pensi a nulla di scriteriato: non ci sono siringhe, né cocaina fumata, è tutto molto “normale”. La cocaina la sniffo: in quantità abbastanza minime, anche se per quanto mi riguarda, affaticano le mie finanze … Insomma, un grammo lo pago 80 euro in fondo, e mezzo grammo 40, e a volte prendo 50 euro: e non va bene.