E anche questa sera ho perso il radiogiornale …

… già, perché comincia alle 19,30, quello su Radiopopolare a Milano, e a quest’ora è finito. Di fatto, non ho idea di cosa sia accaduto oggi in Italia e nel mondo. Mi rifarò più tardi, ho diverse newsletter che mi arrivano tramite mail, dalla Stampa.it al Guardian, al New York Times … E poi c’è Twitter … non rischio certo di rimanere a corto di notizie. Oggi poi ho cercato di finire il romanzo del momento di mattina, di cui parlerò quando l’ho finito, poi ho lavorato nel pomeriggio: e con domani finirò tutto il lavoro che mi sono portata a casa. E’ un mio obiettivo, quello di rimettermi in pari con il lavoro: scrivere tutte le relazioni che sono dovute da tempo, mandare avanti le richieste delle misure economiche, fare le “impegnative” per i progetti che devono partire. Se riuscissi a mettermi in pari, potrei finalmente riprendere a lavorare … meglio, ecco. Seguire le situazioni, concentrarmi sui progetti di intervento, insomma, cercare di ritrovare un minimo di gioia nel lavoro, quella gioia che mi sembra di aver perso da così tanto tempo. Del resto, in questo momento così oscuro della mia vita, il lavoro è una risorsa importante, e cercare di farlo al meglio, nonostante le innumerevoli contraddizioni, dubbi e paure, è quello che potrebbe aiutarmi a rimanere, o ritornare, a galla.

Dopo questi tre anni e mezzo di amore, sono di nuovo sola, e non è per niente facile, anche perché ero convinta di essere dentro un rapporto unico e straordinario. La solitudine era improvvisamente svanita. Questo non significa che non ero più da sola, ma essere – per quanto anomala – una coppia, è effettivamente diverso che essere da soli. E se tutte le altre volte, con i miei due matrimoni e con le mie due relazioni stabili (quattro in tutto, o cinque), tornare da sola era stato un sollievo, un aprirsi nella speranza di un nuovo amore, di una nuova avventura nel senso più pieno e serio del termine, questa volta sono stata lasciata senza che lo volessi. Io, che non ero mai stata lasciata da nessuno, che ero sempre stata quella a lasciare, ecco: tre settimane fa sono stata lasciata, e il dolore è ancora così acuto e la testa così vuota, e i pensieri così scombinati.

Il punto è che ancora faccio fatica a capire perchè. Lui mi ha detto che il motivo è che io pretendo da lui quello che lui non può darmi, cioè un rapporto di coppia “vero”: frequentarsi assiduamente (nel senso di quanto più possibile), dormire insieme qualche volta, fare progetti su cosa fare nel fine settimana o la sera, immaginare e realizzare una vacanza, sentirsi, confidarsi, contare l’uno sull’altra, io conoscere i suoi figli e frequentare un poco la sua casa, lui venire qualche volta a cena con mia madre e il suo compagno o con mio padre e sua moglie o con mio padre da solo. Lui sostiene che non si sente pronto per questo, che vuole stare da solo, non avere l’impegno di una “fidanzata”. Sostiene anche che questo suo sentirsi in questo modo non ha niente a che fare con l’amore, che io sono una bella persona, che lo ho aiutato tantissimo, che è stato felice con me e adesso non lo è più perché io ho cominciato a pretendere. Non mi ha più detto che mi ama, come scriveva in una lettera (mail scritta il 15 agosto scorso), però ha affermato che io sono una persona straordinaria, e che mi vuole molto bene. Insomma, non vuole un rapporto che comporti impegno. Non vuole (più) una “fidanzata”.

Ecco: diciamo che questo, togliendo le varie dichiarazioni di amore che mi ha fatto diverse volte, lo capisco.

Solo poche parole, è tardi

Non ho pensato, ho preso il cellulare e ho scritto un breve messaggio. Cosi poi ci siamo parlati. Del dialogo dirò in un altro momento. Ma non accadrà mai più.

E’ finita, è finita, è finita, è finita. Per me sentire la sua voce e ascoltare le sue parole è estremamente doloroso. Sentirlo così tranquillo, così preso dalle sue cose, sentire che si è lasciato tutto alle spalle. Non un ripensamento, non un dubbio. Quel che è stato è stato, le parole dette o scritte non contano più, per lui è proprio finita. Si è corretto alcune volte, attento a usare il tempo giusto, a usare il tempo passato. Oggi, 1° ottobre 2019, è tutto finito.

La fine: riflessioni – 1

Continuo a non capire come WordPress.com funziona. Proprio non ci riesco. Mi chiedo se questa difficoltà è dovuta al fatto che non voglio pagare, né pagherò mai per nessun upgrade …

Listen here, you of WordPress.com: I am telling you in English too, if you do not get it in Italian: I will not, never ever, pay for any upgrade of any kind. I found your course quite difficult and boring to follow, too much to take in in one lesson, with chapters and sub-chapters, and links to this and that, so that it has been quite impossible for me to get really into it. So there are two possible explanations to my finding WordPress.com a poor blog site: or I am stupid or you are using some tricks and make things difficult and hard to understand because I am refusing to pay. Sorry, there is a third quite likely possibility: I find it difficult to understand web design and so forth. But let me say that you do not make it easy for the likes of me.

Ok: dopo questo sfogo, credo che sia ora di affrontare il tema che mi sta a cuore, cioè la fine del mio rapporto di amore, del mio innamoramento, della mia relazione con Paolo. Prima di tutto va detto che la parola fine l’ha messa lui. E’ lui che ha deciso che non ce la fa a stare dentro una relazione stabile, una relazione che gli richieda un impegno di una certa importanza. Non è la prima volta, infatti, che cerca di lasciarmi, che alle mie richieste di maggiore vicinanza, maggiore coinvolgimento, lui si tira indietro e prova a dire basta, cedendo poi alle mie argomentazioni, al mio venirgli incontro, al mio dire “facciamo come vuoi tu”. Inevitabilmente poi ci si riavvicinava, da entrambe le parti, con parole di amore, e fantasie di futuro insieme, con il suo chiedere tempo, in modo da riuscire sempre di più a stare bene con me. Questa volta non ha ceduto, e io non ho più insistito. Per me lui non è più. Mi disturba vedere quello che pubblica su fb, o su Instagram, come oggi, mi fa male, come una coltellata, sapere che da qualche parte, non tanto lontano da qui, ma in realtà lontanissimo, lui continua a vivere. Insomma, cornuta (si fa per dire) e mazziata. Ho sbagliato, ho sempre sbagliato. Ogni volta che lui metteva distanza, chiedeva di essere lasciato, mi lasciava, io avrei dovuto prenderlo sul serio. Avrei dovuto capire, e starmene lontano. Non ho voluto cedere: mi sono convinta che eravamo fatti l’uno per l’altra, che la nostra gioia nello stare insieme, la gioia della condivisione, del parlare l’una con l’altro, la comprensione, il passato comune, la reciproca stima, il fatto di essere così compatibili, il mio, e sottolineo, il mio (quanto egoisticamente!) amore sarebbe bastato per convincerlo, per far funzionare il nostro rapporto.

Parole in libertà

Oggi ci sono ottime ragioni per cui scrivere potrebbe in qualche modo aiutarmi a sopravvivere. Sono molto triste. Sono così triste che non riesco a neanche a descrivere a soffermarmi sulla mia tristezza. Sono triste perchè Paolo mi ha lasciata, e questa volta fa sul serio. le sue parole sono che ne parleremo, ma che non ha senso, per lui, stare insieme in questo modo, perchè siamo in continuo conflitto, litighiamo sempre o comunque spesso, e lui non vuole vivere una relazione a queste condizioni. Io quel che vedo è che per lavoro lascia da soli i suoi due figli per giorni. Per me non lo ha fatto mai. Neanche un fine settimana al mese, o ogni quindici giorni. E’ stato con me solo quando i suoi figli sono andati via. Quello che ho visto che la scorsa settimana, che per me è stata tanto difficile e lui non c’era, non è riuscito a capire il mio malessere, la mia delusione, la mia stanchezza del lavoro. Ha fatto fatica ad ascoltarmi, e non mi ha concesso neanche un poco di tempo in più. Solo giovedì sera è venuto da me dopo yoga, e non è rimasto a dormire. La serata è andata così così, poi venerdì non ci siamo visti e sentiti poco, e poi sabato siamo partiti. E in questo sabato e domenica trascorsi a Padova mi ha detto che ero una persona a cui non piaceva nessuno, e ha passato il tempo a criticarmi, a parlare d’altro, a non parlare con me, a respingermi. Freddo, distante, svalutante. Senza una preoccupazione per me: come se non gli importasse di provare a fare qualcosa per accogliermi.

Poi domenica sera mi sono comportata stupidamente, lui si è fermato a salutare Ruggero e io ho tirato dritto. A sua volta, visto che io mi ero fermata fuori dalla stazione a fumare, lui ha tirato dritto. Poi mi ha aspettata a Cadorna (metropolitana linea verde a Milano) e mi ha detto: “ti ho aspettata per dirtelo, non volevo scriverti, non voglio che ci vediamo per un po’” e se ne è andato. Ieri gli ho scritto, l’ho implorato, mi sono scusata, gli ho chiesto di perdonarmi: ieri sera mi ha chiamata, ma non mi ha veramente parlato. Ho sentito che non aveva voglia di parlarmi. E poi questa mattina ho capito. Ho capito che vuole lasciarmi. Vuole chiudere. Il nostro rapporto per lui è finito. Gli ho scritto per favore di non lasciarmi, e lui mi ha risposto che ne parleremo, ma non ora. Vuole del tempo, e comunque lui non vuole stare insieme in questo modo. Da l’ì, basta. Gli ho risposto che andava bene, che avevo capito. E ho capito. Lui vuole che io cambi, ma non è disposto a cambiare. Utilizza il rapporto con sua moglie come termine di paragone: avendo rinunciato a tutto per lei, non vuole rinunciare più a nulla per nessun altro.

Quello che non capisco tanto è la sua posizione così dura nei miei confronti. La mia infelicità sul lavoro, o quanto meno il parlarne, lo irrita. Sono per lui un’asociale, arrogante e pretenziosa. Mi ha fatto l’elenco delle persone che non mi piacciono: Laura, Daniele, i loro amici, Alessandra, le mie colleghe. Mi ha rimproverato il fatto che a lui avrebbe fatto piacere vedermi insieme ad Alessandra, ma non ha mia osato propormi niente perchè lei a me non piace. Questo, mi chiedo, dove l’ha tirato fuori? Quando mai gli ho detto che Alessandra non mi piace o che non avrei piacere a vederla insieme a lui? Poi certo, Laura non mi piace particolarmente, da un certo punto di vista mi sento più a mio agio con Daniele. E poi Ettore: e qui mi ha fatto una mezza scenata di gelosia.

Io so che cosa c’è: non vuole separarsi, Non vuole fare la separazione legale. E poi perchè tutta questa animosità? Davvero: ho sentito una freddezza, una volontà di mettere distanza che avrebbe approfittato di qualsiasi cosa, qualsiasi appiglio. E’ un vigliacco. E è molto attaccato alla ricchezza in cui fino ad ora ha vissuto. E non vuole scontrarsi con sua moglie su questo. Non credo tronerebbe insieme a lei, ma rinuncerebbe a separarsi. Ecco. Questa è la ragione, per cui non acccetta di mettersi in discussione per nulla, rispetto a nulla. E’ sempre colpa mia. Oppure è colpa del fatto che siamo diversi.

Tanta rabbia

Sono alcuni giorni che provo molta rabbia, anche se faccio finta di non provare nulla. Ho cercato di cambiare posto di lavoro e non ci sono riuscita. Mi spiego: lavoro per un grande ente pubblico, dove svolgo una professione che ha un’alta specializzazione. Lavoro lì da 7 anni, e sono molto stanca. Stanca di quello che faccio, stanca delle colleghe, insomma, credo di essere. molto vicina a quello che in alcune professioni – o forse in tutte – si chiama il burn out. E’ una sensazione di fatica e poca voglia di fare, una sensazione di zero entusiasmo, di attesa quasi spasmodica del fine settimana, un senso di depressione e tristezza quando la domenica volge al termine. A tutto questo si aggiunge la poca voglia di scoprire cose nuove, di trovare soluzioni inedite ai problemi, un senso di distacco e di lontananza nei confronti dei clienti, o meglio, degli utenti.

Allora è successo che ci fosse la possibilità di cambiare. Hanno chiesto alle responsabili di indicare chi fosse interessato, che poi è stato chiamato per un colloquio davanti a tre persone: una è il direttore di Area, una è la referente di alcuni servizi dell’area, il terzo è il responsabile del servizio stesso. C’è stato un breve scambio di idee, un’occhiata disinteressata al curriculum, alcune domande sulle ragioni per chiedere uno spostamento.

La risposta è arrivata l’altro ieri tardo pomeriggio via mail. Io l’ho saputo dalla mia responsabile martedì mattina, ieri, in quanto non avevo ancora aperto la mia mail quando ci siamo ritrovate in uno degli uffici più grandi per una specie di riunione a metà. L’ho saputo di fronte a tutte, e ho fatto buon viso a cattivo gioco, dicendo che avevo provato, e che se era andata male, non era poi un così grande problema. In realtà ci sono rimasta male, e ho fatto una serie di considerazioni – corroborate anche dalle altre – che mi hanno fatto arrabbiare ancora di più, anche se ero perfettamente consapevole che il rischio che avevo corso di perdere quell’opportunità era molto alto. Ci sono rimasta male, e sto male anche adesso, circa 36 ore dopo, anche se non sto stracciandomi le vesti.

Qualcosa è successo nel mio minuscolo blog world (mi si perdoni l’anglicismo, ma non resisto)

Sì, proprio qualcosa di cui avevo sentito parlare, ma che non mi era nè mai capitato: ho cercato in tutta buona fede di esprimere un’opinione in merito a una questione, e sono stata verbalmente attaccata con parole sarcastiche e cattive. La stessa cattiveria di chi suona il clacson se non sei partita un decimo di secondo prima dello scatto del verde; la stessa cattiveria di chi al riparo da ogni riconoscimento ti sputa addosso un gestaccio.

Questo è successo mentre rispondevo a una considerazione espressa da un persona che, come me, utilizza questa piattaforma per pubblicare il suo blog.

A questa persona, che tutto sommato si è rivolta me con toni accettabili, benchè avessimo opinioni discordanti – il che non è affatto un problema – si è unita un’altra persona che, in modo veemente, ha ribattuto attaccandomi, utilizzando sarcasmo tagliente, e francamente onanistico, visto che era fine a se stesso, cattivo, e evidentemente faceva provare piacere alla persona che scriveva.

Primo giorno di lavoro

Oggi avrebbe dovuto essere il giorno in cui sarei dovuta tornare a lavorare. Ma a nulla è servito il mio (in)soddisfacente e (in)efficace e (in)efficiente super-io. Le parentesi, pur essendo un poco un vezzo stupido, stanno a significare che il mio super-io non sempre funziona così male, soprattutto quando si tratta di lavoro. Ma a tutto c’è un limite, e mi sa proprio di averlo raggiunto. La sveglia è suonata, e io mi sono alzata con l’oppressione già in petto. Una tonnellata di pietroni di oppressione, anzi: un pietrone di opprensione. Però mi sono comportata come se a tutti gli effetti oggi lunedì 26 agosto 2019 sarei effettivemente andata in ufficio. Ma la capitolazione era a un passo. Aggiungo, a conclusione di questo bel blocco: che sia chiaro che sono consapevole di essere mortale.

Facciamola breve, in ufficio non sono andata, e a dispetto di tutto devo dire che ho fatto bene. Però devo dire che dopo 26 anni di lavoro: 26, 24, 25, 27, più o meno: a volte sono di più, a volte sono di meno – io non vado in molti posti, per esempio, in Vietman, o in Australia, o a Zanzibar, o all’isola delle Canarie che si chiama Gran Canaria, o a Creta, o negli Stati Uniti d’America, solo per citarne alcuni (e molti altri verranno portati dal vento caldo di Facebook, oppure da quello nervoso e ardente di Instagram), non ci sono scuse per questo disdicevole comportamento dopo così tanti anni: non si rientra al lavoro, avendono la possibilità, di lunedì: mai!!! Diciamo comunque che la giornata di oggi con le sue onde metadoniche è servita a convincermi che fischia il vento urla la bufera scarpe rotte eppur bisogna andar a conquistare la rossa primavera.

Anche se da queste righe suddivise in blocchi sembrerebbe che io trascorra un infinita quantità di tempo a esplorare il mio ombelico, ciò non è propriamente vero: in realtà sono uno spirito inquieto.

Right: a last fag, and then I shall go to bed with the book I am presently reading: Sapiens. Da animali a déi. Breve storia dell’umanità. Di Yuval Noa Harari. Nuova edizione riveduta.

Ferragosto e dopo

ok ok scrivo. scrivo in rosso su campo grigio così mi diverto di più. Dunque: a ferragosto parto sola per nota località ligure, per fortuna la mia abitazione rimane ben sopra il paese, che – nonostante possegga a tratti anche una vaga grazia, case di mare, ville d’epoca, stretti vicoli (che vicoli non si chiamano, hanno un loro prezioso e personalissimo nome) che scendono come rivoli nella stretta strada principale dal nome noto – è comunque un puttanaio. Puttanaio non per l’affollamento (che pure non manca), puttanaio per i negozi chic dai prezzi choc (che, pure, non mancano), puttanaio per vocazione, puttanaio senza cortesia, puttanaio perché grossolano e ridondante, puttanaio come la Silicon Valley, come le start up e le start down, puttanaio perché senza senso e senza piacere. Al di là che uso questa parola senza offesa per nessuno. Lo so, non andrebbe detto, pare cosa d’altri tempi: ma io sono d’altri tempi, e mi schermisco, ancora, e chiedo scusa, ancora.

Il giorno dopo ferragosto, il 16, venerdì, mezza intontita e mezzo incocainata, e mezzo benzodiazepinata, mi avventuro al mare. Vado a bere una birra al bar, che è cambiato, non è più quello, ora ha ambizioni da chiringhito, e mal gli stanno. E mi addormento mentre sto bevendo la birra: noi drogati. Il mare, dove nonostante tutto riesco a scivolare e nuotare, è caldo.

Poi arriva il sabato. Ecco: sabato 17 non esco di casa. Non riesco. Non rispondo al telefono, non riesco. Sono come una balena spiaggiata. Non più incoccata, non più benzodiazepinata, definitivamente sobria: non mi muovo. Ma poi domenica e lunedì riprendo il solito ritmo: mi sveglio, pigra non mi muovo se non verso mezzogiorno, ma poi scendo al mare, che vuole dire passeggiare fino alla nota località ligure, prendere il pullman per la spiaggia libera dove vado di solito, nuotare, leggere, insomma, fare le cose che si fanno quando ci si vuole impigrire sotto un ombrellone, in una spiaggia non così affollata da gridare “aiuto portatemi via”.

E adesso siamo a martedì: martedì oggi, martedì 20 agosto: prese diverse decisioni, come partire domani e tornare a casa, ma dare un senso a questa giornata andando a fare una gita a queste famose grotte. Consiglio le grotte: sarebbe bello vederle per due volte di seguito, in realtà, perché sono una meraviglia.

Di ricadute e altre storie

Che poi mi ero convinta che di qui non ci sarei passata più. Invece a quanto pare quasi per caso ci finisco dentro, per ingordigia, ovvio, ma anche perché non sono proprio capace di dire no, fino a lì non vado più. Così il 31 luglio mi trovo a casa dello spacciatore a aspettare che arrivi la coca, e vado poi a farmi una riga nell’antro di un portoncino poco distante, con il mio nuovo amico di coca, cui racconto un po’ di palle e dopo di che lo banno in modo che non possa più chiamarmi o messaggiarmi. E ancora ieri e questa mattina, accompagno Simo a Baggio e accetto la riga che mi offre e che ci facciamo in auto prima di partire, e poi questa mattina lo vado prendere per riportarlo a casa e ottengo il suo vero nome, il suo luogo di nascita quello che sceglie di raccontarmi della sua vita scombinata e con poco senso.

Ora, le droghe, queste droghe, posseggono un grande potere.

I figli del mio compagno di tre anni e sette mesi (a tanto siamo arrivati, nonostante qualche brevissima separazione e tentativo di chiudere) mi fanno molta pena. La loro collettiva e individuale sofferenza mi urla addosso.