Punto. E a capo.

Oggi è il 29 marzo 2020. La situazione è la seguente: a causa della diffusione del virus Sars-Cov-2, conosciuto anche come “coronavirus”, sono stati emessi, da parte del governo, dei provvedimenti molto restrittivi relativi al movimento delle persone, all’attività degli esercizi commerciali e dei servizi non considerati “essenziali”. Sono chiuse le lavanderie, i parrucchieri, i bar, i locali come i ristoranti, le pizzerie, le gelaterie, le vinerie, i pub e le birrerie. Sono chiusi i cinema e i teatri. La parola d’ordine è “restate a casa”. La parola d’ordine è “#iorestoacasa” perchè sono responsabile e voglio bene ai miei simili. A Milano, sono chiusi i servizi sociali, e sono chiusi anche gli USSPT (Unità di Servizio Sociale Professionale Territoriale) di 2° livello, cioè i servizi che si occupano della tutela dei minori e delle famiglie interessati da provvedimenti dell’autorità giudiziaria. E io sono qui a chiedermi perchè.

Perchè?

Sono rientrata in ufficio l’11 marzo, dopo una decina di giorni di ferie: dovevo fare un viaggio, dal 2 al 9 marzo, e poi avevo preso un giorno in più, il 10 marzo, per rientrare in ufficio l’11 marzo. E sono rientrata: e le prime parole che mi sono sentita dire, senza possibilità di replica, sono state, “disdici tutti i tuoi colloqui..”.

Non volevo. Ho discusso, mi sono opposta, ho cercato di oppormi. Sono stata tacciata di essere un’irresponsabile. Nonostante tutto, ho cercato di continuare con il mio lavoro, ma appena mi avvicinavo scendeva il silenzio, gli sguardi che mi venivano rivolti erano di riprovazione.Comuque, ancora adesso, non capisco perchè.

To be continued …

Le riunioni del Servizio Sociale: un sentiero stretto stretto, e privo di contenuti legati all’agire professionale.

questa immagine l’ho scelta per caso, ma poi ecco: alla fine si è rivelata efficace. Un sentiero vuoto, ma che non è detto non porti da nessuna parte.

Scriverò oggi del posto in cui lavoro, un servizio tutela minori, che si occupa dei minori e delle loro famiglie, che sono oggetto di un provvedimento dell’Autorità Giudiziaria. Si trova in una grande città, e io ci lavoro da 7 anni quasi. In questi 7 anni ho imparato parecchie cose, ma non particolarmente positive.

Innanzitutto ho imparato a dubitare di me stessa e a perdere quella fiducia e quell’amore per il mio lavoro che avevo maturato nei precedenti 17 anni.

Le riunioni di équipe

Ho imparato che le riunioni di équipe non erano un luogo dove si discuteva di quello che stava succedendo durante il lavoro quotidiano, di come si stavano evolvendo le situazioni e dove era possibile confrontarsi su come agire, su quali decisioni prendere e anche esprimere il senso di stanchezza o di delusione o di speranza che si poteva provare. Le riunioni erano cazzeggio e pettegolezzo, peraltro riguardante per la massima parte persone di cui io non avevo mai sentito parlare. Nessuna domanda: da dove vieni, qual’è la tua storia. Ero lì, fortunata per essere lì, e dovevo ringraziare il creatore per esservi approdata. Queste riunioni avvenivano in un ufficio di medie dimensioni, che durante le riunioni ospitava una decina di assistenti sociali, con un paio di scrivanie e scaffali come arredo, senza un preciso orario di inizio e di fine, senza che la coordinatrice si occupasse di coordinarle, dando e togliendo la parola, restituendo quello che man mano veniva detto, riprendendo i punti salienti, aiutando il gruppo a raggiungere una posizione condivisa. La coordinatrice, senza nessun criterio davvero discernibile, bombardava i membri del gruppo di informazioni che venivano dall’alto: da domani c’è questo modulo, fra tre mesi verrà implementata (forse) questa modalità di lavoro, è cambiato il direttore tal dei tali che adesso è andato a fare il dirigente in un altro posto. La direzione chiede che si faccia questo e quest’altro, che venga usato queso modulo invece di questo. Spesso arrivavano torte, pasticcini, biscotti, patatine. Spesso molte usavano il cellulare per farsi i cazzi propri. Si rideva molto, si parlava di “la mia mamma, tal dei tali” oppure “il mio bambino tal dei tali”

Poi arrivava il momento della posta: allora la “donna della posta” cominciava: è arrivato il tal provvedimento, dice questo e questo, che si fa? lista di attesa, il più delle volte., a volte una richiesta urgente di preso in carico perché dopo pochi mesi il Tribunale chiede relazione. Poi più o meno tutto finiva, ci si salutava e ognuno tornava al proprio lavoro.

Quello che voglio dire è che a me non parevano vere e proprie riunioni. Non c’era tempo per spiegare la situazione. Non c’era tempo per descrivere quello che stava succedendo in quel momento. Le colleghe erano al massimo disposte a rispondere a una domanda: sta succedendo questo, cosa devo fare? e allora arrivavano le risposte … Ma arrivavano le risposte? Per esempio, non riesco a instaurare un rapporto con questa signora, madre du questi ragazzini, cosa devo fare? una domanda del genere non veniva accolta. Al massimo si poteva chiedere, sto cercando una comunità mamma – bambino: a chi chiedo?

Molta disapprovazione: non dare il cellulare agli utenti, non si fa.

In breve tempo mi sono trovata a lavorare assolutamente da sola. Ero entrata nel modo di fare del servizio, ognuno con i suoi casi, con le collaborazioni con psicologhe dei Consultori, o con i neuropsichiatri e le psicologhe delle varie UONPIA, gli educatori o le educatrici delle ADM. Quelle erano le èquipes che lavorano sulle situazione e quelle o quelli eranogli operatori con cui era (è) legittimo confrontarsi, progettare, prendere decisioni,

Il Servizio è un’altra cosa. Lo era allora, e lo è ora, da qualche anno a questa parte, quando, 4 anni fa è stata implementata la riorganizzazione,

Allora forse ho sbagliato proprio tutto. Ho chiesto a chi non dovevo chiedere, ho pensato che essere un servizio sociale fosse poter lavorare insieme anche a quel livello. Invece ho sbagliato. Certo, un consiglio lo si può sempre chiedere, come fanno alcune delle colleghe giovani che pongono quesiti su alcuni dubbi che nutrono, ma circoscrivendoli, non pretendendo di condividere. La vera équipe è quella che, man mano, si forma intorno a una situazione: l’assistente sociale, la psicologhe o le psicologhe, le educatrici e gli educatori, la scuola, gli operatori di altri servizi, come gli educatori delle compitò, o la neuropsichiatria, o le psicologhe private.